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VALLE DELL’USO: “SFREGIATA E RIFIUTATA”


Il fiume Uso nella parte superiore scorre in una valle stretta e deliziosa, ricca di storia e di tradizioni. Il fondovalle declina dolcemente verso il mare, è stata la via naturale dello zolfo che dalle miniere di Perticara, oltrepassando Montetiffi, giungeva alla pianura; oggi è il percorso ideale per ciclisti ed escursionisti.
E’ amministrata in prevalenza da due province: Rimini e Forlì-Cesena e da almeno cinque comuni: Santarcangelo, Poggio Berni, Torriana, Borghi e Sogliano.
Negli anni ‘50 e ‘60 ha visto una consistente emigrazione della gente laboriosa che vi abitava verso la costa, per mancanza di lavoro e per “far fortuna”. L’abbandono di borgate e poderi provocava lo spopolamento di molte zone, solo in parte attenuato dall’immigrazione da altre regioni.
Ma mentre molti abitanti andavano via, approfittando del “vuoto” s’insediavano come funghi allevamenti avicoli, porcilaie; cave di ghiaia, pietra e tufo, con i loro impianti, si aprivano ovunque.
Si configurava così un nuovo assetto ambientale che è ancora quello attuale. Laddove c’erano poderi, una volta coltivati, nascono capannoni di polli, di maiali; si scava ovunque dal fiume alle colline. Queste nuove attività, quasi nessuna di tipo industriale, hanno una comune caratteristica: creano poca occupazione ma hanno un’ impatto ambientale rovinoso. Le ferite inferte dalle cave della Calbana sono visibili ovunque, da circa mezzo secolo un’intera montagna continua ad essere spianata e cancellata dalle carte topografiche.
Attraversando la valle e i suoi invasi, ovunque si vedono allevamenti avicoli, anche se mimetizzati da barriere arboree.
A partire dagli anni 70’ l’escavazione selvaggia lungo il fiume è stata in gran parte fermata, cave minori e alcuni impianti di lavaggio sono stati chiusi; la necessità di tutelare l’ambiente e la salute cominciava a prendere forza anche dal punto di vista legislativo. Ciononostante nuove e consistenti cave, anche se meglio organizzate, venivano ancora aperte soprattutto nella parte superiore della valle.
I danni provocati al paesaggio e all’ambiente in tutti questi anni sono notevoli e in certi casi irreparabili.
Tutto questo non sarebbe successo senza la noncuranza e forse anche la compiacenza di amministratori locali. Obiettivamente un problema di gestione unitaria del territorio esiste, data la frantumazione delle competenze fra due province e diversi comuni. Questo tuttavia non assolve chi amministra, anche perché i comportamenti sono stati diversi. Qualche comune ha lasciato “fare”, addirittura traendone dei benefici.
Arriviamo così agli anni delle discariche: nel comune di Sogliano, in località Ginestreto tra i calanchi, viene creata una discarica gigantesca. Il sito viene scelto abilmente, ai margini del territorio di Sogliano, che ricava ingenti entrate mentre tutti i danni ricadano sugli abitanti residenti nei comuni vicini. Così ormai da circa 15 anni , dalle 6 del mattino, camion della spazzatura ed enormi tir trasportano tonnellate di rifiuti maleodoranti, sommandosi al già intenso e pesante trasporto delle cave.
Siamo ad oggi dove il problema della viabilità, oltre al resto, è diventato molto grave. Centinaia di autocarri ininterrottamente transitano in via dell’Uso, i loro carichi così pesanti affossano l’asfalto tracciandovi dei solchi che si riempiono d’acqua con la pioggia rendendo questa strada pericolosissima, lo testimoniano i numerosi e gravi incidenti. Il suo tracciato è rimasto quello del dopoguerra, attraverso i centri abitati; la carreggiata è molto stretta, tanto che la presenza di ciclisti rappresenta un ostacolo alla circolazione.
Non c’è alcuna pista ciclabile, né adiacente alla strada né lungo il fiume come sul Marecchia. Non ci sono parchi naturali, forse volutamente.
E non è finita, visto il grande business dei rifiuti: il Comune di Torriana ha approvato la creazione di un’altra discarica, accanto a quella di Ginestreto.
Il momento è favorevole per gli affaristi delle cave e delle discariche, ne hanno fiutato gli ingenti profitti, già sognano e progettano di impiantare nuove discariche nelle cave abbandonate o per lo meno di riempirle di macerie.
Come nel caso dell’ex cava di tufo di Ciola. Prima un’intera collina è stata squarciata in modo selvaggio e criminale, adesso la si vorrebbe sistemare creando un impianto per lo smaltimento di materiali inerti. Dopo il danno la beffa!
Apparirebbe un quadro sconvolgente: dalla valle partono trasporti con polli, uova, maiali e soprattutto sabbia, sassi, ghiaia, ecc. ed arrivano autocarri carichi di rifiuti e macerie.
Errare è umano, perseverare è diabolico!
Tuttavia la situazione non è del tutto negativa, c’è una speranza. A partire dagli anni ’80 si è manifestata una controtendenza rispetto al dopoguerra. I vecchi abitanti o i loro figli hanno cominciato lentamente a tornare; la fuga dalla città, la ricerca di aria pulita e non ultimo il costo eccessivo delle case nei grossi centri ha spinto molti a trasferirsi in campagna. Pian piano la valle e le colline adiacenti si stanno ripopolando; casolari vecchi e abbandonati vengono ristrutturati e abitati, ovunque si notano cura e attenzione alle case, al verde.
La popolazione si sta riappropriando del suo territorio, che lentamente muta il suo volto riscoprendo la sua vocazione paesaggistica. Se armonizzata con le tradizioni e col ricco patrimonio storico-culturale di queste terra potrebbe prefigurarsi un’interessante ipotesi di sviluppo terziario, soprattutto turistico.
E’ ora di voltare pagina e dire basta a questo sfruttamento insensato del territorio che arricchisce pochi e danneggia tutti!
Chi ha a cuore la vita e il futuro degli abitanti dell’Uso batta un colpo!

18 settembre 2005                                                                                                  COMITATO DI CIOLA STRADONE

 

 

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